IL CORPO SONORO
«Ho ascoltato il mio lavoro almeno una volta: quando l´ho scritto». Questa affermazione di Arnold Schonberg illustra bene
l´idea che l´esecutore serva solo a rendere la musica comprensibile per un pubblico tanto sfortunato da essere incapace di
leggere le note a vista. In una simile prospettiva ogni esecuzione è una forma di corruzione rispetto all´ideale purezza
dell´opera in sè. Come è emersa questa coincidenza fra partitura testuale e «vera» musica? E con quali conseguenze?
Come è stato possibile che un caso limite di forma musicale, l´opera scritta ¬ e dunque muta ¬ sia arrivato a costituire
il paradigma con cui si pensa la musica in generale? Tracciando una genealogia dell´improwisazione , Sparti mostra come la
tradizione europea, diversamente da quella di origine africana, non abbia saputo cogliere nell´oralità performativa e
nell´eccitazione di quella massa vibrante che è il corpo umano la fonte primaria dell´espressività musicale , il jazz, nel
quale opera ed esecutore coincidono, ci fa ascoltare una musica corporea «suonata» da pelle, bocca, lingua, labbra, braccia,
torace, mani. Il Jazzista valorizza così la funzione più nuda del linguaggio - <respiro sonoro che esce dalla carne» ¬,
ricreando incessantemente una comunione fra musicisti e uditorio.
DAVIDE SPARTI
è professore associato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell´Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato
«Identità e coscienza» (2000), «Epistemologia delle scienze sociali» (2002) e «Suoni inauditi. L´improvvisazione
nel jazz e nella vita quotidiana» (2005); con Feltrinelli «Soggetti al tempo» (1996), «Wittgenstein politico» (2000) e
«L´importanza di essere umani. Etica del riconoscimento» (2003); con Bollati Boringhieri «Musica in nero. Il campo
discorsivo del jazz» (2007). È co¬fondatore e membro del comitato di direzione della rivista «Studi culturali».
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